OFFERTE DI CARNEVALE

Abbiamo selezionato per voi alcuni brani sul Carnevale in Sardegna
tratti dai nostri volumi:

Il tempo dei santi, di C. Pillai
Piccola enciclopedia della Sardegna, di G. Dodero
Racconti della montagna, di A. Liori



Brano estratto dal volume Il tempo dei santi

DAL CAPITOLO: I GOCCIUS DI CARNEVALE

[…]
Si prendano come esempio i goccius del 1928, che si riferivano al maestro di musica.

Carnovali de su bintottu
ravvivat su coru tristu   
sendi deu su maistu    
sa noa banda si portu
su coru si cunfortu   
bagadias po si scialai

Carnevale del ventotto
rincuora il cuore triste
essendo io il maestro
vi porto la nuova banda
il cuore vi conforto
ragazze per divertirvi

Issu sezziu in sa mesa   
parit un’attera cosa       
est in circa de una sposa   
bella che una marchesa   
chi du dongant a impresa   
cruccuriga po buffai
      
Egli seduto al tavolo
sembra una cosa ben diversa
è in cerca di una sposa
bella come una marchesa
che gli diano in appalto
una zucca da bere

Calincuna bagadia        
certu d’hat a fai s’ogu   
ma si dda pigat su giogu   
noi mesis de maladia   
e cun d’una bella pipia   
carnevali est su babai   

Qualche ragazza
certo gli farà l’occhiolino
ma se s’infervora nel gioco   
nove mesi di malattia
e con una bella bambina   
carnevale è il papà.


La presa in giro del “maestro”, che inganna con la sua presenza imponente, ma che poi, a fronte della sua rispettabilità, non è alieno dal giocare qualche brutto tiro alle ragazze ingenue, obbedisce a certe forme di licenziosità sessuale, presenti in quasi tutte le varietà di Carnevale […].

A questo stesso arco di tempo risale la composizione dei goccius più famosi del Carnevale, che tuttora si continua a cantare. Ne fanno parte i famosissimi versi:

Carnevali a piticheddu
caffellatti non di boliat
ca sa mamma mantenniu d’hiat
tottu a forza de binu nieddu

Carnevale da piccolo
non voleva caffellatte
ché la mamma l’aveva allevato
a forza di vino nero.
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Brano estratto dal volume Piccola enciclopedia della Sardegna

DALLA SCHEDA TEMATICA: TRADIZIONI, FESTE, SAGRE E GIOCHI


Il carnevale, in qualche misura, è la sintesi di tutti questi aspetti della festività. «L’importanza del Carnevale nell’indagine storica delle tradizioni popolari è così fondamentale che si sarebbe tentati di affermare che nessun momento del ciclo dell’anno è, come il Carnevale, miglior rivelatore dell’intera demopsicologia di una regione. In esso, infatti, il più remoto passato rivive, anche se privo degli antichi sensi e contenuti rituali, pur sempre riconoscibili nelle forme che il tempo ha cristallizzato» (Alziator, 1957).

Il carnevale e le maschere. «Il Carnevale – scriveva Alziator nel 1972, riferendosi al carnevale cagliaritano – è morto e niente potrà più risuscitarlo veramente; la sua morte è il naturale epilogo delle cose che hanno esaurito la loro funzione». A Cagliari e in altre parti dell’isola vi sono segnali di ripresa (talvolta anche per fini turistici o promozionali) delle antiche tradizioni carnevalesche.
Il carnevale pur avendo perso la sua forza e la sua caratteristica comunitaria e, per alcuni versi liberatoria, offre ancora, nei centri minori dell’isola, infinite possibilità di manifestazioni collettive tradizionali, evasive e simboliche insieme, talvolta tragiche e cariche di oscuri significati metaforici e sociali, appunto perciò caratteristiche di ogni comunità.
Quasi sempre è un fantoccio a fare le spese della voglia liberatoria e riparatrice, quindi propiziatoria, di coloro che hanno atteso un anno quei “giorni della festa”.
Il carnevale si conclude nella prima domenica di Quaresima che era chiamata (ma da qualche parte è chiamata ancora) duminiga ’e puddu de carrasegare, domenica del pollo di carnevale, con riferimento a una usanza crudele, oggi scomparsa, che spiega l’imprecazione facilmente comprensibile: ancu appas sa sorte de su puddu de carrasegare. (Lai Roggero, 1995).
Carattere rituale e collettivo, propiziatorio esorcistico o penitenziale, proveniente anche da antiche tradizioni mitologiche o pagane, si ritrova nella sfilata delle maschere (thurpos, ciechi, a Orotelli; boes, buoi, a Nuoro; merdules e boes a Ottana; mamuthones e issocadores a Mamoiada; maimones a Samugheo; hurtos a Fonni) e nelle complesse cerimonie della Sartiglia, il cui simbolismo comunitario non offre particolari difficoltà interpretative. Altre maschere, tipiche di singoli comuni, sono state prima abbandonate poi riscoperte e talvolta anche riprese, particolarmente in occasione del carnevale. È il caso, appunto, di s’eritaju (da eritu, il porcospino) di Orotelli e su gobbeddu e sa partoriente di Ottana, sa panettera e s’arregatteri a Cagliari. (Alziator, 19573, 1963, 1969; Turchi, 19901, 1993, 1994).
A tutte, o quasi tutte, le maschere della Sardegna potrebbe applicarsi l’osservazione fatta da Bachisio Bandinu (1996) a proposito dei merdules. «Non è una rappresentazione ma una metamorfosi. Nella cultura sarda arcaica non c’è il concetto di un testo da mettere in scena e la maschera non è una mascheratura della persona. Tant’è che a toglierla il volto di chi la indossa appare stravolto. Tra l’uomo e la maschera opera il sacro e solo quando il rito cessa, il suo protagonista prende coscienza di ciò che ha vissuto».

Doppiezza e realtà. «Racconta un’antica leggenda che nelle notti di luna piena ci siano uomini che si trasformano in buoi bianchi che vagano durante la notte come anime in pena. […] Le maschere sono un labile crinale tra doppiezza e realtà» (Liori, 1994). «Il Carnevale non è in Sardegna una festa pagana, ma un rituale tragico, una rappresentazione sacra. […] In Barbagia il Carnevale non è festa. […] Le maschere orrifiche sono il pegno del mito, sono la testimonianza di un passato che è ancora presente fra noi e che rappresenta orrore e angoscia» (Liori, 1996).
In molti casi i campanelli e campanacci (i tintinnabula) compresi nel travestimento del carnevale, con il loro chiaro scopo apotropaico, rivelano la provenienza del travestimento stesso dai riti agrari nei quali sono spesso presenti non solamente in Sardegna. (Alziator, 1957).
Il fantoccio che impersona “carnevale” ha nomi diversi: • Giolzi o Re Giorgio nella Sardegna settentrionale, • Cancioffali a Cagliari, • Colicoli a Tonara, • Maimone in Ogliastra, • Martis sero a Mamoiada, • Don Conte a Ovodda, un soldato francese ad Alghero, • Peppi Patta a Barumini. • A Bosa si festeggia con la mascherata del laldaggiolu, si dà fuoco a Giolzi, si piange con s’attitidu il carnevale che muore e si mangiano la pecora bollita e la grande favata. • A Cagliari Sa ratantira, con le antiche maschere locali, percorre rumorosamente la città. • A Tonara si cantano (spesso si improvvisano) i gozzos de carasegare o carrasehare. • In Barbagia la costante del carnevale sono il bue e s’imbovamentu: a Mamoiada, a Orotelli, a Ottana, a Nuoro, a Samugheo e in altri paesi del Nuorese compaiono le maschere bovine. • A Mamoiada oltre le maschere mute dei mamuthones con gli issocadores, slano i carri con Juvanne Martis e vengono offerti dolci e vini tipici e la grande favata con lardo. • A Calangianus il carrasciali carragnanesu si festeggia con slate e offerte di vino e di fritelle. • A Orotelli la slata delle maschere (accompagnata dal suono dei campanacci e dall’offerta di dolci tipici locali) si conclude con il ballu de sos thurpos; la cerimonia carnevalesca ha il compito di allontanare is animas malas che potrebbero influenzare negativamente la crescita delle messi.
La presenza di campanacci nei travestimenti e nei rituali carnevaleschi è comune a molte tradizioni locali della Sardegna, particolarmente ma non solo nei riti agrari, e ha un significato apotropaico, non sempre espresso e cosciente, che già Alziator aveva assimilato a quelli analoghi di altre aree europee. Lo stesso valore può essere attribuito ad altre manifestazioni rumorose che si accompagnano al carnevale e ad altre cerimonie religiose (scoppi, spari, petardi) il cui scopo rituale è quello di “allontanare gli spiriti maligni”.
Più complesse le feste carnevalesche di Oristano (Sa Sartiglia), di Santulussurgiu (sa carrela ’e [i]nanti), di Abbasanta, di Ghilarza, di Paulilàtino e di Teti (sa cursa a sa pudda), di San Vero Milis (pentolaccia a cavallo) e di quei paesi nei quali è tradizionale anche la sfilata delle maschere.
Fanno parte delle manifestazioni del carnevale, in gran parte scomparse, le tradizioni di influenza spagnola dette, nell’area cagliaritana, Giovedì grasso, giobia de goppais, giobia de gomais, giobia (de) lardaiolu, Mercoledì delle ceneri, merculis de cinixiu, la Pentolaccia, dì de segai is pingiaras.
D’altra parte, questo genere di feste è sempre caratterizzato da alcuni elementi ssi, immutabili, che costituiscono il nucleo tradizionale e simbolico della ricorrenza, e altri elementi variabili alcuni dei quali si possono fare mentre altri sono affidati alle circostanze e all’improvvisazione in attesa (e con la speranza non sempre espressa) di diventare, col passare degli anni, una componente degli elementi fissi e tradizionali.


ALTRE VOCI SUL CARNEVALE:

Boe muliache • Boes • Don Conte • Giolzi • Gosos • Hurtos • Imbovamentu •  Issocadores • Maimones • Mamuthones • Martisberri • Meraviglias • Merdules-Boes • Ratantira • Reula • Sa lonzana • Sa partoriente • Sartiglia • Is reulas • Su Gobbeddu • Thurpos.

Scheda tematica: Pane e altri alimenti (I dolci).

Scheda tematica: Lavoro, artigianato, arte (Le maschere).
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Brano estratto dal volume Racconti della montagna

CARRASEGARE DI FESTA E AGONIA

Chissà se il giorno in cui torneremo nella casa del Padre avremo ancora la forza per sorridere davanti al ricordo delle maschere della nostra fanciullezza. Di quella giovinezza perduta inseguendo miti ed enigmi, spettri improbabili del passato, respiri profondi della terra. I greci chiamavano logos quel qualcosa che può definirsi pensiero, verbo, parola, preposizione, anima del sentire. I miti ctonii, che vengono dalle viscere della terra, terribili, dei quali la Sardegna era piena nel periodo che va dal 17 gennaio sino a Carnevale altro non erano che l’immagine speculare di un popolo. Per anni ho vagato da un Carnevale all’altro, di paese in paese come un matto: da Mamoiada a Ottana, da Bosa a Orotelli, da Fonni a Tonara. Ho conosciuto spettri, demoni invisibili, buoi annunciatori di morte e capre foriere di vita. Ho smesso di frequentare carnevali l’anno in cui in un paese della Barbagia uccisero un mio amico. L’amico resta tale, nella buona come nella cattiva sorte, anche quando sbaglia, anche quando commette dei peccati, se li commette. E bisogna prenderlo per quello che è, onorarne la memoria, rammentare i momenti di allegria trascorsi insieme. Questo amico – che per me era buono e per altri cattivo, forse lo conoscevo poco io o poco chi lo odiava – venne assassinato da due uomini travestiti da donna. Sos omines in bardetta, si chiamano da quelle parti, gli uomini con la gonna. Narra un’antica leggenda che quando per Carnevale si vedono per le strade gli omines in bardetta qualcuno verrà ucciso. Perché con la sua morte verrà simbolicamente bruciato il simbolo dei mali del paese, Carrasegare. Un processo pubblico che avviene un po’ ovunque e che raggiunge forse il suo diapason a Ovodda, dove il mercoledì delle Ceneri, trasgressione delle trasgressioni, viene processato e giustiziato Don Conte, maschera tragica metà feudatario e metà prete, al quale si attribuiscono i mali dell’umanità intera.
Da anni questo mio amico magnificava le bellezze del Carnevale del suo paese. Non ci andai mai, per varie incombenze capitate sempre all’improvviso. Poi, per Martedì grasso, avvenne la tragedia. Due omines in bardetta lo seguirono per le vie del paese, senza che lui pensasse minimamente che potessero cercare proprio lui.
Arrivò la morte, e non fu pietosa. Venne trucidato da una scarica di fucilate in mezzo alla festa grande, fra le maschere che ridevano e scherzavano e la folla che si preparava a processare il grande demone di Carrasegare, simbolo ed emblema di ogni gioia e di ogni male.
Riflettei molto su questo fatto. E ritenni d’aver compreso il significato profondo di questa esecuzione. La morte durante il Carnevale è un classico in Sardegna. Perché festa e agonia sono divise da uno spartiacque molto labile. C’è un momento nel quale non si capisce quando finisca lo scherzo e quando inizi la realtà, menzogna e sortilegio sono l’alveo naturale nel quale scorre l’esistenza dell’uomo e spesso il gioco anima la vita.
Difficile riuscire a distinguere ciò che è gioco da ciò che non lo è, anche perché è difficile definire il gioco stesso.
La parola gioco oggi non indica solo certe forme del comportamento dell’individuo o del gruppo, tale notazione rappresenta un’arma del pensiero, uno strumento concettuale grazie al quale costruire fantasiose geometrie. Questa definizione del gioco si è sviluppata in due direzioni radicalmente distinte: scienza e filosofia. Il gioco può essere da un lato un modello di funzionamento della comunicazione e dall’altro un modello di funzionamento della ricerca. In altri termini, il linguaggio cresce attraverso il gioco linguistico esattamente come le ricerca scientifica va avanti grazie al gioco intellettuale. Non esiste soluzione di continuità tra il gioco e il suo risultato: il termine yuppie deriva da un acrostico, cioè da un gioco lessicale, e da giochi lessicali derivano tutti gli altri neologismi, quindi le parole nuove che modificano la nostra lingua. Schlosberg riteneva che il concetto stesso di gioco fosse «vano e inutile scientificamente». Per qualche altro (Erikson) «il gioco è una linea di frontiera che divide una serie di attività umane e cerca di sfuggire a una definizione». Ma quali sono i criteri per distinguere il gioco da ciò che gioco non è?
Un grande pensatore italiano, Calamandrei, disse che il processo penale è un gioco, un luogo nel quale accusa e difesa, Stato e cittadino, bene e male si scontrano e si incontrano cercando di raggiungere come obiettivo un concetto che dovrebbe chiamarsi verità. Sostantivo strano, che non esiste in natura.
La morte è la verità maggiore, in tempo di festa così come in tempo di lutto.
È peccato uccidere un uomo, ed è peccato uccidere un qualsiasi altro essere vivente, pianta o animale che sia. Diceva Sant’Agostino: «Quando leggiamo di non uccidere, dobbiamo intendere che il comando non è per le piante, poiché sono prive di sentimento; e neppure per gli animali bruti, perché essi non hanno nessuna affinità di ordine razionale con noi. Perciò il precetto di non uccidere va inteso esclusivamente per l’uomo. La vita e la morte degli animali sono subordinati al nostro vantaggio». Tutti gli esseri del creato sono un dono di Dio e pertanto non potrebbero venire uccisi, ma il dono supremo del Creatore è l’uomo stesso, e a lui tutti gli altri viventi devono pagare come tributo la loro stessa vita, se occorre. Così chi uccide il bue d’un altro non pecca perché uccide il bue ma perché danneggia un uomo dei suoi averi. E questo non può essere considerato un omicidio ma una rapina.
Chissà cosa ricorda la Sardegna che oggi abbiamo sotto i nostri occhi, chissà quando e come.
Il sangue è l’elemento principale della cultura pastorale. Perché è il sangue che alimenta il cuore e la mente degli uomini, attraverso il sangue si controllano la nascita e la morte.
Il sangue è la materia prima attorno alla quale è stata sviluppata la saggezza del cosmo. E abbiamo fra noi, in Sardegna, il senso profondo del sangue.
Il sacrificio umano – terrificante tributo alla vendetta – rappresenta il momento culminante dell’agone tragico del Carnevale, di questo processo popolare nel quale le maschere diventano il doppio degli uomini, l’alternativa al simulacro quotidiano dietro al quale ci trinceriamo per rappresentarci agli altri.
Il Carnevale non è in Sardegna una festa pagana, ma un rituale tragico, una rappresentazione sacra.
Un tempo la memoria era il modo con il quale la sacralità si manifestava. I confini tra paese e paese, per esempio, non si dovevano mai oltrepassare senza che ve ne fosse assoluta necessità. E così le invisibili linee che separavano pascolo e pascolo: le filadas, dove passa abitualmente il bestiame. Invadere il dominio altrui significava rompere un equilibrio.
Sui luoghi, diceva mia nonna, aleggiano gli spiriti inferi, i doennas, quegli esseri che tutelano la terra e gli alberi e le case. Il sottile filo che teneva unite tra loro le cose non poteva essere infranto per nessuna ragione al mondo: l’acqua doveva scorrere sempre sul letto di quel torrente e l’orto doveva essere seminato sempre in quel chiuso; si raccoglievano per prime sempre le pere di quell’albero e si mungeva per prima sempre quella pecora. Il confine tra sacro e profano, tra sogno e veglia era labile, impossibile da definire.
Noi siamo come granelli di sabbia nel mare devastato della fantasia. La realtà ci precipita verso un baratro dal quale solo la trasgressione ci può salvare. Una trasgressione temporanea, utile per pochi giorni all’anno, quando gli occhi si venano di malinconia e un velo di follia pervade tutto il villaggio, entra nelle case, si arena dentro i cuori della gente trasformando il dolore in tormento, il silenzio in pianto sordo. Sì, in Barbagia il Carnevale non è festa. Forse è festa il vino che si beve a barili, oppure è festa la musica dei balli che da qualche parte si tengono. Però la sostanza delle cose è un’altra: le maschere orrifiche sono il pegno del mito, sono la testimonianza di un passato che è ancora presente fra noi e che rappresenta terrore e angoscia. Un rito sacro pieno di paura ma anche di suggestione profonda. Ecco, in ogni Carnevale si celebra il rituale della morte, indispensabile perché si possa rinascere, fondamentale per la riscoperta della vita. Ma questa vita reca con sé un peso troppo grande di sofferenza e delirio. E nell’estremo sacrificio della nostra esistenza capiamo quanto il silenzio possa aiutarci a sopportare l’incubo della festa: muti testimoni del tempo che fugge, accettiamo senza traumi la giornata delle Ceneri, quando finisce il clamore dell’inferno, si interrompe il crepitìo del fuoco e inizia l’attesa purificante della primavera.





LE MASCHERE BARBARICINE

Le maschere del carnevale sardo non sono semplici rappresentazioni grottesche della festa pagana. Sono molto di più: sono il senso compiuto di una tragedia ancora in atto che attraversa le sensazioni, i momenti, le correzioni della poesia di un popolo che è stato attraversato da una storia più grande di lui.
Il carnevale sardo, su carrasegare, ha un retrogusto amaro, tanto più amaro quanto più ci si addentra nei paesi dell’interno dell’Isola, là dove conta maggiormente l’antica civiltà pastorale fatta di segni e di silenzi.
Sulle coste e nelle grandi città il carnevale non si discosta molto dal resto d’Italia. Ma nell’interno no. Quando si inizia ad avvertire il profumo del lentischio e dell’olivastro, allora si modificano le immagini della memoria e il gioco delle inquietudini si fa più profondo, più severo. Nei giorni del carrasegare – che inizia nella Sardegna interna il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio e finisce, come ovunque, per la Pentolaccia – si riscopre una cultura antica, che sembrava perduta nei bagagli della modernità. In quei giorni magici e misteriosi, invece, riesplode in tutta la sua complessità, in tutta la sua millenaria tristezza. Ed ecco uscire dagli angoli delle strade mamuthones e thurpos, merdùles e filonzanas, ceomos e porcos, maimones e coli-colis. I paesi si trasformano, si riempiono di questi esseri inferi, un po’ demoni e un po’ eroi, un po’ animali e un po’ uomini, un po’ spaventosi e un po’ grotteschi. Simboli perduti dell’altro, di ciò che forse fummo un tempo, di quanto, forse, ancora, inconsapevolmente, siamo.
I carrasegares antichi della Sardegna sono lo specchio (o la metafora) l’uno dell’altro. E noi, figli di una terra improbabile, ci rechiamo all’appuntamento con la tradizione ormai con l’animo del turista. Assistiamo attoniti a una scena che si compie davanti ai nostri occhi. Altri dei parlano per noi, consci che quanto finisce non ritorna. E scopriamo d’essere diventati cannibali, magari golosi di ciò che è incredibile e falsamente innamorati del rito, insensibili e inconsapevoli al tempo stesso.
In questi carnevali non si parla. Perché la bocca stessa dell’uomo è il luogo ambiguo di due oralità, quella che articola il linguaggio, e quella che soddisfa il bisogno di cibo e di vino. Ma qui non c’è cibo, né vino, né nulla che possa richiamare alle immagini del tempo, ai bisogni corporali, alle incolpevoli voglie.
Ora siamo tutti più pavidi, meno pii. Quando i nostri antichi andavano all’ovile camminavano piano facendo attenzione a mettere i piedi esattamente dove li avevano posti il giorno precedente in modo da non alterare mai la fisionomia del sentiero. Dalle mie parti i pastori in certi punti, raccoglievano una piccola pietra e la gettavano in mucchi di sassi che si chiamavano mottorgios, luoghi dove avevano assassinato qualcuno. La gente passava e onorava il luogo gettando una pietra, un segno della pietà umana. “Po no iscaessere”, si diceva, perché nessuno dimentichi.
Chissà cosa e chissà chi governava villaggi che ripetevano i loro gesti di anno in anno, sempre uguali a se stessi, come se niente mai potesse turbare lo scorrere dei giorni. Così il pane doveva essere posato sulla tavola sempre sul lato che poggiava sul forno, il vino si versava sempre con la mano destra, l’uomo più anziano della casa aveva il privilegio di tagliare la carne. Ogni variazione, ogni differenza erano veri e propri attentati all’integrità del sistema dei rapporti sociali.
I carnevali antichi sono oggi l’ultimo momento di magia. Perché riprendono la tradizione nel suo delirio, trasformando l’irriverente metafora della realtà in un gioco di inganni metafisici, nei quali le maschere ctonie, infere e infernali emergono dalle profondità nelle quali vengono cacciate per un anno intero. I mamuthones vengono considerati il punto di partenza di ogni carnevale barbaricino. Perché rappresentano l’addomesticamento del selvatico. Una prova simile, ma al tempo stesso opposta, a quanto avviene ad Orotelli, dove il popolo dei pastori sbeffeggia e sottomette i laboriosi contadini aggiogandoli come buoi nell’aratura immaginaria del paese, gesto augurale ma anche catartico.
Il carnevale più mistico, meno regolare, più intensamente naturale è però quello di Ottana, dove si esibiscono decine di maschere, boes, merdùles, filonzanas e altre ancora. I primi sono buoi, simili come maschera ai mamuthones della vicina Mamoiada, ma anche alle antiche maschere nuoresi (oggi non più utilizzate). I merdùles sono invece i bovari, letteralmente meres de ules, padroni di buoi. Allevatori che diventano contadini. Le filonzanas sono invece le parche, vecchiacce schifose e abominevoli che decidono il destino degli uomini, tagliando il filo che pende dalla loro conocchia. Il viaggio delle maschere infernali prosegue inarrestabile: si introducono nelle case, nei locali pubblici, nelle cantine. E il loro arrivo è visto dalla gente non mascherata più con terrore che con gioia, perché i loro comportamenti sono aggressivi e imprevedibili, nessuno sa con certezza cosa potranno fare, cosa hanno intenzione di mettere a segno, quanti drammi nasconde la loro presenza. Negli altri due grandi carnevali barbaricini, invece, questa fase imprevedibile è praticamente cessata, i demoni del passato ancestrale sono stati, in un modo o nell’altro, soggiogati dall’uomo. E il carrasegare si è trasformato da rito in spettacolo rituale.
Il quarto carnevale emblematico – il più spettacolare e anche il più coreografico fra tutti – è la Sartiglia che si celebra a Oristano. Uno spettacolo di colore spagnolo, che si fonda sulla maschera androgina del compoidori, il signore della festa, nato nel corso di una pubblica vestizione celebrata da ragazze bellissime, che indossano il loro costume antico come fosse un mantello magico tenuto insieme da mille sortilegi. L’androgino compoidori, uomo e donna al tempo stesso, né femmina né maschio, dopo aver benedetto la terra con un mazzo di violette (sa pippia ’e maiu, la bambolina di maggio) guiderà la brigata dei cavalieri in una corsa sfrenata contro il tempo, nel tentativo di prendere con spada e stocco una stella che rappresenta la buona fortuna.
Ma dov’è la fortuna di un carrasegare? Dov’è la fortuna della terra che vi ha generato e nutrito? Cosa si muove davanti ai nostri destini e cosa ci ha lasciato in dote il tempo che è trascorso? Siamo soli su una terra ignota, a interrogarci sui grandi dubbi del presente. Ed ecco uscire dagli inferi, come per magia, le maschere terribili di ciò che siamo stati o di ciò che, forse, siamo ora, inconsapevoli vittime di un mondo in agonia. E nell’assistere, attoniti, ai miti della nostra origine ci perdiamo nel tentativo di ultimare il ritratto di una storia personale e collettiva che nessuno riesce a immaginare. Così il carrasegare diventa immagine e metafora di noi stessi, simbolo di gioia e dolore, il nostro doppio, la trasformazione di quell’altro che è in noi.
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