Chissà se il
giorno in cui torneremo nella casa del Padre avremo ancora la forza per
sorridere davanti al ricordo delle maschere della nostra fanciullezza.
Di quella giovinezza perduta inseguendo miti ed enigmi, spettri
improbabili del passato, respiri profondi della terra. I greci
chiamavano logos quel qualcosa che può definirsi pensiero,
verbo, parola, preposizione, anima del sentire. I miti ctonii, che
vengono dalle viscere della terra, terribili, dei quali la Sardegna era
piena nel periodo che va dal 17 gennaio sino a Carnevale altro non
erano che l’immagine speculare di un popolo. Per anni ho vagato
da un Carnevale all’altro, di paese in paese come un matto: da
Mamoiada a Ottana, da Bosa a Orotelli, da Fonni a Tonara. Ho conosciuto
spettri, demoni invisibili, buoi annunciatori di morte e capre foriere
di vita. Ho smesso di frequentare carnevali l’anno in cui in un
paese della Barbagia uccisero un mio amico. L’amico resta tale,
nella buona come nella cattiva sorte, anche quando sbaglia, anche
quando commette dei peccati, se li commette. E bisogna prenderlo per
quello che è, onorarne la memoria, rammentare i momenti di
allegria trascorsi insieme. Questo amico – che per me era buono e
per altri cattivo, forse lo conoscevo poco io o poco chi lo odiava
– venne assassinato da due uomini travestiti da donna. Sos omines
in bardetta, si chiamano da quelle parti, gli uomini con la gonna.
Narra un’antica leggenda che quando per Carnevale si vedono per
le strade gli omines in bardetta qualcuno verrà ucciso.
Perché con la sua morte verrà simbolicamente bruciato il
simbolo dei mali del paese, Carrasegare. Un processo pubblico che
avviene un po’ ovunque e che raggiunge forse il suo diapason a
Ovodda, dove il mercoledì delle Ceneri, trasgressione delle
trasgressioni, viene processato e giustiziato Don Conte, maschera
tragica metà feudatario e metà prete, al quale si
attribuiscono i mali dell’umanità intera.
Da anni questo mio amico magnificava le bellezze del Carnevale del suo
paese. Non ci andai mai, per varie incombenze capitate sempre
all’improvviso. Poi, per Martedì grasso, avvenne la
tragedia. Due omines in bardetta lo seguirono per le vie del paese,
senza che lui pensasse minimamente che potessero cercare proprio lui.
Arrivò la morte, e non fu pietosa. Venne trucidato da una
scarica di fucilate in mezzo alla festa grande, fra le maschere che
ridevano e scherzavano e la folla che si preparava a processare il
grande demone di Carrasegare, simbolo ed emblema di ogni gioia e di
ogni male.
Riflettei molto su questo fatto. E ritenni d’aver compreso il
significato profondo di questa esecuzione. La morte durante il
Carnevale è un classico in Sardegna. Perché festa e
agonia sono divise da uno spartiacque molto labile. C’è un
momento nel quale non si capisce quando finisca lo scherzo e quando
inizi la realtà, menzogna e sortilegio sono l’alveo
naturale nel quale scorre l’esistenza dell’uomo e spesso il
gioco anima la vita.
Difficile riuscire a distinguere ciò che è gioco da
ciò che non lo è, anche perché è difficile
definire il gioco stesso.
La parola gioco oggi non indica solo certe forme del comportamento
dell’individuo o del gruppo, tale notazione rappresenta
un’arma del pensiero, uno strumento concettuale grazie al quale
costruire fantasiose geometrie. Questa definizione del gioco si
è sviluppata in due direzioni radicalmente distinte: scienza e
filosofia. Il gioco può essere da un lato un modello di
funzionamento della comunicazione e dall’altro un modello di
funzionamento della ricerca. In altri termini, il linguaggio cresce
attraverso il gioco linguistico esattamente come le ricerca scientifica
va avanti grazie al gioco intellettuale. Non esiste soluzione di
continuità tra il gioco e il suo risultato: il termine yuppie
deriva da un acrostico, cioè da un gioco lessicale, e da giochi
lessicali derivano tutti gli altri neologismi, quindi le parole nuove
che modificano la nostra lingua. Schlosberg riteneva che il concetto
stesso di gioco fosse «vano e inutile scientificamente».
Per qualche altro (Erikson) «il gioco è una linea di
frontiera che divide una serie di attività umane e cerca di
sfuggire a una definizione». Ma quali sono i criteri per
distinguere il gioco da ciò che gioco non è?
Un grande pensatore italiano, Calamandrei, disse che il processo penale
è un gioco, un luogo nel quale accusa e difesa, Stato e
cittadino, bene e male si scontrano e si incontrano cercando di
raggiungere come obiettivo un concetto che dovrebbe chiamarsi
verità. Sostantivo strano, che non esiste in natura.
La morte è la verità maggiore, in tempo di festa così come in tempo di lutto.
È peccato uccidere un uomo, ed è peccato uccidere un
qualsiasi altro essere vivente, pianta o animale che sia. Diceva
Sant’Agostino: «Quando leggiamo di non uccidere, dobbiamo
intendere che il comando non è per le piante, poiché sono
prive di sentimento; e neppure per gli animali bruti, perché
essi non hanno nessuna affinità di ordine razionale con noi.
Perciò il precetto di non uccidere va inteso esclusivamente per
l’uomo. La vita e la morte degli animali sono subordinati al
nostro vantaggio». Tutti gli esseri del creato sono un dono di
Dio e pertanto non potrebbero venire uccisi, ma il dono supremo del
Creatore è l’uomo stesso, e a lui tutti gli altri viventi
devono pagare come tributo la loro stessa vita, se occorre. Così
chi uccide il bue d’un altro non pecca perché uccide il
bue ma perché danneggia un uomo dei suoi averi. E questo non
può essere considerato un omicidio ma una rapina.
Chissà cosa ricorda la Sardegna che oggi abbiamo sotto i nostri occhi, chissà quando e come.
Il sangue è l’elemento principale della cultura pastorale.
Perché è il sangue che alimenta il cuore e la mente degli
uomini, attraverso il sangue si controllano la nascita e la morte.
Il sangue è la materia prima attorno alla quale è stata
sviluppata la saggezza del cosmo. E abbiamo fra noi, in Sardegna, il
senso profondo del sangue.
Il sacrificio umano – terrificante tributo alla vendetta –
rappresenta il momento culminante dell’agone tragico del
Carnevale, di questo processo popolare nel quale le maschere diventano
il doppio degli uomini, l’alternativa al simulacro quotidiano
dietro al quale ci trinceriamo per rappresentarci agli altri.
Il Carnevale non è in Sardegna una festa pagana, ma un rituale tragico, una rappresentazione sacra.
Un tempo la memoria era il modo con il quale la sacralità si
manifestava. I confini tra paese e paese, per esempio, non si dovevano
mai oltrepassare senza che ve ne fosse assoluta necessità. E
così le invisibili linee che separavano pascolo e pascolo: le
filadas, dove passa abitualmente il bestiame. Invadere il dominio
altrui significava rompere un equilibrio.
Sui luoghi, diceva mia nonna, aleggiano gli spiriti inferi, i doennas,
quegli esseri che tutelano la terra e gli alberi e le case. Il sottile
filo che teneva unite tra loro le cose non poteva essere infranto per
nessuna ragione al mondo: l’acqua doveva scorrere sempre sul
letto di quel torrente e l’orto doveva essere seminato sempre in
quel chiuso; si raccoglievano per prime sempre le pere di
quell’albero e si mungeva per prima sempre quella pecora. Il
confine tra sacro e profano, tra sogno e veglia era labile, impossibile
da definire.
Noi siamo come granelli di sabbia nel mare devastato della fantasia. La
realtà ci precipita verso un baratro dal quale solo la
trasgressione ci può salvare. Una trasgressione temporanea,
utile per pochi giorni all’anno, quando gli occhi si venano di
malinconia e un velo di follia pervade tutto il villaggio, entra nelle
case, si arena dentro i cuori della gente trasformando il dolore in
tormento, il silenzio in pianto sordo. Sì, in Barbagia il
Carnevale non è festa. Forse è festa il vino che si beve
a barili, oppure è festa la musica dei balli che da qualche
parte si tengono. Però la sostanza delle cose è
un’altra: le maschere orrifiche sono il pegno del mito, sono la
testimonianza di un passato che è ancora presente fra noi e che
rappresenta terrore e angoscia. Un rito sacro pieno di paura ma anche
di suggestione profonda. Ecco, in ogni Carnevale si celebra il rituale
della morte, indispensabile perché si possa rinascere,
fondamentale per la riscoperta della vita. Ma questa vita reca con
sé un peso troppo grande di sofferenza e delirio. E
nell’estremo sacrificio della nostra esistenza capiamo quanto il
silenzio possa aiutarci a sopportare l’incubo della festa: muti
testimoni del tempo che fugge, accettiamo senza traumi la giornata
delle Ceneri, quando finisce il clamore dell’inferno, si
interrompe il crepitìo del fuoco e inizia l’attesa
purificante della primavera.
LE MASCHERE BARBARICINE
Le maschere del carnevale sardo non sono semplici rappresentazioni
grottesche della festa pagana. Sono molto di più: sono il senso
compiuto di una tragedia ancora in atto che attraversa le sensazioni, i
momenti, le correzioni della poesia di un popolo che è stato
attraversato da una storia più grande di lui.
Il carnevale sardo, su carrasegare, ha un retrogusto amaro, tanto
più amaro quanto più ci si addentra nei paesi
dell’interno dell’Isola, là dove conta maggiormente
l’antica civiltà pastorale fatta di segni e di silenzi.
Sulle coste e nelle grandi città il carnevale non si discosta
molto dal resto d’Italia. Ma nell’interno no. Quando si
inizia ad avvertire il profumo del lentischio e dell’olivastro,
allora si modificano le immagini della memoria e il gioco delle
inquietudini si fa più profondo, più severo. Nei giorni
del carrasegare – che inizia nella Sardegna interna il 17
gennaio, giorno di Sant’Antonio e finisce, come ovunque, per la
Pentolaccia – si riscopre una cultura antica, che sembrava
perduta nei bagagli della modernità. In quei giorni magici e
misteriosi, invece, riesplode in tutta la sua complessità, in
tutta la sua millenaria tristezza. Ed ecco uscire dagli angoli delle
strade mamuthones e thurpos, merdùles e filonzanas, ceomos e
porcos, maimones e coli-colis. I paesi si trasformano, si riempiono di
questi esseri inferi, un po’ demoni e un po’ eroi, un
po’ animali e un po’ uomini, un po’ spaventosi e un
po’ grotteschi. Simboli perduti dell’altro, di ciò
che forse fummo un tempo, di quanto, forse, ancora, inconsapevolmente,
siamo.
I carrasegares antichi della Sardegna sono lo specchio (o la metafora)
l’uno dell’altro. E noi, figli di una terra improbabile, ci
rechiamo all’appuntamento con la tradizione ormai con
l’animo del turista. Assistiamo attoniti a una scena che si
compie davanti ai nostri occhi. Altri dei parlano per noi, consci che
quanto finisce non ritorna. E scopriamo d’essere diventati
cannibali, magari golosi di ciò che è incredibile e
falsamente innamorati del rito, insensibili e inconsapevoli al tempo
stesso.
In questi carnevali non si parla. Perché la bocca stessa
dell’uomo è il luogo ambiguo di due oralità, quella
che articola il linguaggio, e quella che soddisfa il bisogno di cibo e
di vino. Ma qui non c’è cibo, né vino, né
nulla che possa richiamare alle immagini del tempo, ai bisogni
corporali, alle incolpevoli voglie.
Ora siamo tutti più pavidi, meno pii. Quando i nostri antichi
andavano all’ovile camminavano piano facendo attenzione a mettere
i piedi esattamente dove li avevano posti il giorno precedente in modo
da non alterare mai la fisionomia del sentiero. Dalle mie parti i
pastori in certi punti, raccoglievano una piccola pietra e la gettavano
in mucchi di sassi che si chiamavano mottorgios, luoghi dove avevano
assassinato qualcuno. La gente passava e onorava il luogo gettando una
pietra, un segno della pietà umana. “Po no
iscaessere”, si diceva, perché nessuno dimentichi.
Chissà cosa e chissà chi governava villaggi che
ripetevano i loro gesti di anno in anno, sempre uguali a se stessi,
come se niente mai potesse turbare lo scorrere dei giorni. Così
il pane doveva essere posato sulla tavola sempre sul lato che poggiava
sul forno, il vino si versava sempre con la mano destra, l’uomo
più anziano della casa aveva il privilegio di tagliare la carne.
Ogni variazione, ogni differenza erano veri e propri attentati
all’integrità del sistema dei rapporti sociali.
I carnevali antichi sono oggi l’ultimo momento di magia.
Perché riprendono la tradizione nel suo delirio, trasformando
l’irriverente metafora della realtà in un gioco di inganni
metafisici, nei quali le maschere ctonie, infere e infernali emergono
dalle profondità nelle quali vengono cacciate per un anno
intero. I mamuthones vengono considerati il punto di partenza di ogni
carnevale barbaricino. Perché rappresentano
l’addomesticamento del selvatico. Una prova simile, ma al tempo
stesso opposta, a quanto avviene ad Orotelli, dove il popolo dei
pastori sbeffeggia e sottomette i laboriosi contadini aggiogandoli come
buoi nell’aratura immaginaria del paese, gesto augurale ma anche
catartico.
Il carnevale più mistico, meno regolare, più intensamente
naturale è però quello di Ottana, dove si esibiscono
decine di maschere, boes, merdùles, filonzanas e altre ancora. I
primi sono buoi, simili come maschera ai mamuthones della vicina
Mamoiada, ma anche alle antiche maschere nuoresi (oggi non più
utilizzate). I merdùles sono invece i bovari, letteralmente
meres de ules, padroni di buoi. Allevatori che diventano contadini. Le
filonzanas sono invece le parche, vecchiacce schifose e abominevoli che
decidono il destino degli uomini, tagliando il filo che pende dalla
loro conocchia. Il viaggio delle maschere infernali prosegue
inarrestabile: si introducono nelle case, nei locali pubblici, nelle
cantine. E il loro arrivo è visto dalla gente non mascherata
più con terrore che con gioia, perché i loro
comportamenti sono aggressivi e imprevedibili, nessuno sa con certezza
cosa potranno fare, cosa hanno intenzione di mettere a segno, quanti
drammi nasconde la loro presenza. Negli altri due grandi carnevali
barbaricini, invece, questa fase imprevedibile è praticamente
cessata, i demoni del passato ancestrale sono stati, in un modo o
nell’altro, soggiogati dall’uomo. E il carrasegare si
è trasformato da rito in spettacolo rituale.
Il quarto carnevale emblematico – il più spettacolare e
anche il più coreografico fra tutti – è la
Sartiglia che si celebra a Oristano. Uno spettacolo di colore spagnolo,
che si fonda sulla maschera androgina del compoidori, il signore della
festa, nato nel corso di una pubblica vestizione celebrata da ragazze
bellissime, che indossano il loro costume antico come fosse un mantello
magico tenuto insieme da mille sortilegi. L’androgino compoidori,
uomo e donna al tempo stesso, né femmina né maschio, dopo
aver benedetto la terra con un mazzo di violette (sa pippia ’e
maiu, la bambolina di maggio) guiderà la brigata dei cavalieri
in una corsa sfrenata contro il tempo, nel tentativo di prendere con
spada e stocco una stella che rappresenta la buona fortuna.
Ma dov’è la fortuna di un carrasegare? Dov’è
la fortuna della terra che vi ha generato e nutrito? Cosa si muove
davanti ai nostri destini e cosa ci ha lasciato in dote il tempo che
è trascorso? Siamo soli su una terra ignota, a interrogarci sui
grandi dubbi del presente. Ed ecco uscire dagli inferi, come per magia,
le maschere terribili di ciò che siamo stati o di ciò
che, forse, siamo ora, inconsapevoli vittime di un mondo in agonia. E
nell’assistere, attoniti, ai miti della nostra origine ci
perdiamo nel tentativo di ultimare il ritratto di una storia personale
e collettiva che nessuno riesce a immaginare. Così il
carrasegare diventa immagine e metafora di noi stessi, simbolo di gioia
e dolore, il nostro doppio, la trasformazione di quell’altro che
è in noi.
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